La rete Appia con l’antropologo Dario Novellino per la difesa della cultura pastorale

La pastorizia è da sempre la spina dorsale delle aree interne e montane. Promotori di un cambiamento culturale, i pastori stanno avviando un percorso di lavoro comune per proporsi come soggetti attivi sui tavoli nazionali e regionali in cui si decidono le politiche territoriali.

Leggi l’articolo completo pubblicato sul FORUM DISUGUAGLIANZE e DIVERSITÀ redatto da Daniela Storti cliccando QUI 

Report Archeofest – V Edizione del festival di archeologia sperimentale

V edizione del festival di archeologia sperimentale, organizzato da Associazione Culturale Paleoes – eXperimentalTech ArcheoDrome in collaborazione con il Museo delle Civiltà L. Pigorini, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e l’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia. Roma 28 aprile e 4 – 6 maggio 2018.

Si è appena conclusa la V Edizione del festival di archeologia sperimentale, organizzato da Associazione Culturale Paleoes – eXperimental Tech Archeo Drome in collaborazione con il Museo delle Civiltà Preistorico Etnografico L. Pigorini, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e l’Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia.

Il festival si è svolto a Roma, il 28 aprile a Villa Giulia con un pre-evento dal titolo: Aspettando l’Archeofest e dal 4 al 6 maggio al Museo delle Civiltà, con la manifestazione aperta al pubblico, che ha visto il coinvolgimento degli sperimentatori. Nell’ambito di questa manifestazione, nelle giornate del 4 e 5 maggio presso il Museo delle Civiltà si è tenuto il convegno dal titolo: Transumanza. Popoli, vie e culture del pascolo, dedicato alla la transumanza
e alla cultura pastorale dalla preistoria ai nostri giorni, a cura tra gli altri di Fabrizio Frascaroli dell’Associazione Rete Appia Pastorizia, che ha partecipato anche con un proprio contributo insieme a Nunzio Marcelli, anche lui tra i fondatori dell’Associazione.

Il pastoralismo transumante è in effetti una perfetta risposta adattativa dell’uomo alle particolari condizioni ambientali ed ecologiche. In funzione di questi fattori si è evoluta l’interazione con il territorio e conseguentemente le strategie produttive della tradizione, che hanno originato forme e modalità differenti di pascolo vagante (Carrer). Tra tutte la transumanza storica, epica: la transumanza che dai pascoli invernali delle grandi pianure costiere muove ogni stagione migliaia di capi verso i freschi pascoli estivi delle montagne attraverso grandi vie d’erba (Frascaroli), ovvero itinerari codificati attraverso i millenni, che hanno segnato le linee di comunicazione della civiltà.
Il fenomeno della transumanza è oggi al centro dell’interesse della comunità scientifica, grazie anche alla recente candidatura presentata presso il Consiglio Europeo per riconoscere a questa pratica il giusto valore di patrimonio culturale ed etnografico che merita.
Il convegno mette a fuoco alcuni aspetti etnografici della pastorizia e del pastoralismo transumante, grazie al contributo degli antropologi, che sottolineano come pratiche economiche locali, spesso presenti in forma residuale sono legate al territorio e allo sfruttamento delle risorse che la natura offre. Da alcune delle esperienze di studio riportate (Rizzo) emerge come, laddove non sono mai state interrotte le pratiche economiche locali, originarie e fondative della comunità rurale, è stata assicurata la continuità identitaria e la sopravvivenza della comunità stessa, nonostante le calamità naturali o lo spopolamento progressivo. Questa etnografia offre uno spunto illuminante per qualsiasi progetto volto a individuare una strategia per il ritorno verso i territori e le attività liminari. L’obiettivo preliminare da porsi è dunque il rinnovamento
delle leve culturali del territorio, perseguibile attraverso la riattivazione degli aspetti funzionali propri di uno specifico territorio. In questo senso anche le candidature UNESCO (Ventura) possono offrire ricadute interessanti dal punto di vista economico, in primo luogo come opportunità per il turismo culturale, dolce e sostenibile, che contribuisce al riscatto economico delle aree più liminari, ordinariamente escluse dall’offerta turistica. Naturalmente al centro dell’operazione deve esistere una comunità di riferimento su cui e per cui la
candidatura viene modulata, ovvero i pastori.

Certo è che la comunità dei pastori è in sofferenza, a causa in parte del mancato riconoscimento istituzionale della specifica tipologia dell’allevamento estensivo e transumante, a cui pertengono esigenze profondamente diverse da quelle dell’allevamento stabulare o intensivo, ma che, diversamente da questi, sviluppa con il territorio e i contesti locali una interazione profonda e di lunga durata. Il sostegno alla pastorizia (Marcelli) è oggi offerto esclusivamente in termini di contributi in denaro, erogati quantitativamente in funzione della natura giuridica dell’azienda e del numero di capi, senza particolare attenzione a tutti quegli aspetti che invece formano il carattere peculiare distintivo e identitario di una pratica che è in primis un bene della tradizione etnografica e un valore culturale di ampio respiro.

Simona Messina

8 maggio 2018

 

FORUM dei Cittadini delle Aree Interne (17 e 18 Maggio 2018, Alta Valle Maira, Provincia di Cuneo)

Le Aree Interne rappresentano una parte ampia del Paese – circa tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione – assai diversificata al proprio interno, distante da grandi centri di agglomerazione e di servizio e con traiettorie di sviluppo instabili ma tuttavia dotata di risorse che mancano alle aree centrali, con problemi demografici ma anche fortemente policentrica e con forte potenziale di attrazione (Sito Aree Interne)

Chi volesse partecipare all’incontro può contattare i seguenti indirizzi:

Nunzia Borghese – Tel. 0815250207
Roberta Costanza – Tel. 0815250299
E mail: progettoareeinterne@formez.it

o registrarsi compilando la scheda di adesione CLICCANDO QUI

A PASQUA (e non solo!)… SALVIAMO UN PASTORE!!!

Non appena arriva la Pasqua, ripartono inesorabili le campagne mediatiche contro lo “sterminio” degli agnelli, al grido di “Agnello a Pasqua? No, grazie!”. Certo gli agnellini sono “morbidosi”, fanno tenerezza! Per il politico di turno o il personaggio dello spettacolo, entrambi in cerca di visibilità a buon mercato, gli agnellini rappresentano un’opportunità troppo ghiotta per incrementare i propri consensi. Ed ecco che inizia una vera e propria rincorsa a dare per primi il supporto meramente “simbolico” a questa “giusta” causa, con dichiarazioni ufficiali, comunicati stampa, ma soprattutto Twitter e post su Facebook. Brevi frasi ad effetto per declamare la propria disapprovazione di fronte a questa “strage degli innocenti” e biasimare gli insensibili e crudeli allevatori, colpevoli di questo orrore. Mediaticamente la comunicazione funziona meglio (e incrementa l’audience di chi la fa) se corredata da un supporto visivo che appaia auto-esplicativo; ecco che siamo inondati di immagini platealmente retoriche, che ritraggono il personaggio di turno che abbraccia il tenero agnellino, o ancora un malcapitato animale in un bagno di sangue o in quel prato felice, in cui sarebbe dovuto invecchiare se il mondo non fosse crudele, per citare gli stilemi più ricorrenti. Ed ecco che dilagano i like, i commenti pro-vita e così via. Il popolo dei commentatori via cavo, sulla scia dell’urto emozionale provocato dall’immagine del tenero cucciolo, si sente necessariamente in dovere di cavalcare questa nuova battaglia virtuale e schierarsi “contro” l’agnello pasquale. Chi non lo fa è un carnefice e si deve beccare tutti gli insulti possibili e (in)immaginabili, auguri di morte e quant’altro, che i giustizieri del web, armati di tastiera infuocata, sanno alacremente riservare a chi differisce dal coro emotivo, con una furia verbale che raramente è utilizzata contro ingiustizie reali.

Questo il quadro più o meno pittoresco di strumentalizzazione dell’argomento. Veniamo ora al punto, ovvero alcune considerazioni logiche e domande aperte, scevre da facili trasporti emotivi.  Elenco, in ordine sparso, quelle che ci vengono in mente, dividendo le questioni in due grandi gruppi.

Un primo ordine di questioni riguarda la generale ipocrisia e idiozia che c’è dietro la campagna di boicottaggio della carne di agnello. In sintesi:

  • Non mangiamo l’agnello pasquale… ok. E quindi? Cosa succede? Poiché la maggioranza degli italiani resta comunque onnivora (a meno che non si sia convertita al credo vegetariano, o addirittura vegano, in una settimana), invitarli a non mangiare l’agnello a Pasqua, significa sostanzialmente dirottarli sul consumo di altre carni! Al posto dell’agnello… mettiamo in tavola una bella costoletta di maiale, la coscia di pollo o la braciola di bovino! Grande cambiamento, eh!
  • Sulla stessa scia: come mai a Pasqua o Natale ci ricordiamo che, per essere mangiati, gli agnelli vengono uccisi, mentre per il resto dell’anno, la stragrande maggioranza, non si ricorda che i cordon bleu, i wurstel, le braciole, le fettine, le lasagne, i tortelloni, i prosciutti e praticamente una buona parte del cibo che mangiamo è carne o contiene derivati della carne, che implica l’uccisione di animali? Forse la coerenza non è il nostro forte e questa presunta coscienza animalista è a intermittenza, vale solo una settimana l’anno! Tra l’altro, omettiamo allegramente di ricordarci che animali come polli, maiali, bovini, sono cresciuti, nella maggior parte dei casi, in allevamenti intensivi, orientati esclusivamente alla produzione a basso costo, spesso finiti al centro di numerose inchieste giornalistiche per la violazione delle norme di tutela e salvaguardia degli animali stessi (che regolano fortemente tutto il settore dell’allevamento).
  • Come mai appunto, nessun politico o personaggio “famoso” si schiera durante l’anno per maggiori controlli negli allevamenti intensivi, per vietare quelle forme estreme di sfruttamento degli animali che riguardano principalmente gli animali sottoposti ad allevamento stabulare, mentre investono in misura molto minore i piccoli ruminanti (ovini e caprini) che in Italia storicamente continuano ad essere allevati prevalentemente con sistemi estensivi o semi-estensivi (e quindi al pascolo). Perché mai non ci si scandalizza per la “carneficina” di maiali che serve per mantenere le nostre produzioni di salumi, per la mattanza dei poveri polli che finiscono in succulente barrette da friggere, o ancora per la vita infelice dei bovini “da ingrasso”, quando queste tipologie individuano la stragrande maggioranza delle carni consumate dagli italiani? Perché, al contrario, siamo subito pronti a puntare il dito sulla “strage” degli agnelli, nonostante il consumo di carne ovina in Italia resti minoritario, seppure abbia un lieve incremento nei periodi delle feste. Secondo dati ISMEA sul Panel Famiglie Nielsen relativo agli acquisti delle famiglie italiane, nel 2017 soltanto il 2% del mercato carni riguardava l’ovicaprino, mentre il 33% degli acquisti era per carni bovine, il 34% per carni avicole, 21% quelle suine (ISMEAMERCATI); o ancora, secondo una rielaborazione CIA su dati ISMEA, dei 74,7 Kg di carni consumate pro-capite in media l’anno dagli Italiani, solo un chilo è di provenienza ovina (CIA.IT)

In effetti i conti tornano: chiudete gli occhi, siete nel reparto carni di un supermercato (che esprime appunto ciò che i consumatori chiedono); da che tipo di carni siete circondati? Sicuramente non da pezzi di pecora e agnello! Allora, seppure dovessimo essere di fronte ad un problema, sicuramente la supposta “emergenza” non riguarda gli ovini! Ma allora, perché nessuno se la prende con i grandi gruppi che producono carni all’interno di un sistema industriale orientato alla produzione di massa, a bassa costo, che non soltanto rappresenta la “normalità” dell’allevamento, ma è anche la fetta di mercato che in Italia genera più introiti ed interessi economici? Perché invece sono tutti pronti ad attaccare i micro allevatori ovini che, all’interno del settore individuano la parte più povera e frammentata, quella che meno di tutti riesce a fare attività di lobbing o pressione politica?

  • In conclusione rispetto ai punti precedenti. Se qualcuno, attirato in buona fede da queste campagne assolutamente strumentalizzate e faziose, crede che “boicottare” per qualche giorno il consumo di carne di agnello abbia un qualche impatto sociale o ambientale, dobbiamo tristemente ridimensionarlo: non serve a niente. Dovrebbe rivolgere la sua foga a quei tipi di carne che sono davvero consumati quotidianamente e, spesso, in modo eccessivo. Ma purtroppo, proprio l’attenzione spasmodica ed esagerata sul problema degli agnelli, permette alle cosiddette coscienze ambientaliste della domenica di “assolvendosi” da tutto il resto: come dire, ho fatto la mia battaglia, ho condiviso su facebook il proclama “Nessuno tocchi l’agnello per Pasqua!”, mi posso godere in santa pace il panino con il salame!

Passiamo adesso al secondo ordine di questioni che vanno oltre l’agnello ed investono allevamento ovino per interno, il lavoro del pastore e la gestione del gregge, sulle quali vi è una scarsa informazione.

  • Come già anticipato, l’allevamento ovino in Italia non è tradizionalmente da stalla, si basa ancora molto sul pascolo e in alcune zone si può ancora parlare di transumanza. Si tratta di un settore scarsamente tecnologico, in cui il lavoro manuale è molto impegnativo e non prevede soste: 365 giorni all’anno gli animali vanno portati al pascolo, nutriti, accuditi, per molti mesi l’anno vanno munti, sempre agli stessi orari, al mattino presto e alla sera. Questo lavoro richiede davvero una vita di sacrifici che, per chi non è un pastore, sono difficili da comprendere, ancor più se paragonati ai bassi ricavi. Per questo oggi l’allevatore ovino non è tra i mestieri più in voga! I pastori in Italia non sono tantissimi, ma la consistenza ovina è abbastanza concentrata territorialmente: secondo dati ISTAT nel 2016 il 50% degli ovini era localizzato in Sardegna, la restante parte prevalentemente tra Lazio, Sicilia, Toscana e Calabria. La produzione è per lo più orientata al latte, che serve per la produzione di formaggi. All’interno di un gregge che, ad esempio, ha in media 200 capi, è per ovvi motivi “sostenibile” avere soltanto un certo numero di ovini di sesso maschile. Questo fa parte del ciclo riproduttivo naturale e del mantenimento degli equilibri ambientali, basti solo considerare che le risorse di pascolo sono limitate. Per quanto può apparire crudele, non è sostenibile allevare tutti i maschi. Bisogna poi considerare che le pecore partoriscono una volta l’anno, che non tutte le pecore di un gregge partoriscono, che non tutti i nati sono maschi, che dalle nascite di ogni anno si mette da parte il gruppo per la rimonta (ovvero nuove pecore per rinvigorire il gregge). Insomma, ripetiamo, siamo ben lontani dagli scenari di “strage degli innocenti” che si vogliono dipingere.

Al contrario larga parte degli allevatori ovini, molto più che negli altri settori maggiormente industrializzati, continua a perpetuare un sistema di allevamento basato su tecniche di gestione del gregge tradizionali che di fatto è più rispettoso della biodiversità (perché si basa sull’allevamento di specie autoctone che si adattano all’ambiente in cui vivono), più ecologico ed ecocompatibile (perché sfrutta le risorse naturali disponibili, come il pascolo, non produce quell’eccesso di nitrati e di uso d’acqua, tipico degli allevamenti intensivi), aiuta a preservare e produrre il paesaggio, attraverso un vero e proprio ruolo ecologico del pastore che, ad esempio, si occupa della pulitura del sottobosco, del ripristino delle strade rurale e così via.

  • Inoltre, la vendita degli agnelli, che avviene soltanto una o due volte l’anno, è per il pastore un modo per riuscire a guadagnare qualche soldo che, dati i ridotti margini di profitto del settore e i ritardi nei pagamenti comunitari, non viene messo da parte, ma è sempre reinvestito in azienda perché, appunto, il gregge va mantenuto, le pecore devono essere sfamate (ed il solo pascolo naturale non sempre è sufficiente), i terreni coltivati per fare erbai, foraggio, cereali da utilizzare come mangimi. Si consideri che le pecore mangiano tutto l’anno, ma la campagna di produzione del latte comincia generalmente verso novembre e termina introno a luglio; nei mesi restanti, l’allevatore continua a sostenere spese senza avere, di contro, occasione di ricavi. In più, negli ultimi anni, il prezzo del latte ovino, che ormai è una commodity sul mercato globale, è stato in Italia instabile e comunque tendente al ribasso: ad esempio l’anno scorso, il prezzo del latte che i trasformatori industriali pagavano agli allevatori, si attestava in Sardegna attorno ai 60 centesimi per litro di latte, un prezzo che non consentiva neanche il rientro dei costi di produzione, soprattutto considerata l’annata di siccità che ha costretto a ricorrere a scorte acquistate, in quanto vi è stata carenza di erba.

Fare queste campagne denigratorie contro questo mondo produttivo, ha solo come effetto un repentino calo del prezzo degli agnelli all’ingrosso, significa colpire direttamente i pastori, affamarli ulteriormente, facendo diminuire drasticamente una delle poche entrate che permette loro di continuare a resistere, a rimanere e abitare in quelle campagne e in quei territori interni che vengono considerati la ricchezza dell’Italia, ma da cui la maggioranza degli italiani continua ad andare via,  nonostante la decantata retorica neo-ruralista e romantica del ritorno alla campagna dei giovani (molto limitato nei fatti). Chi vive ogni giorno nelle difficoltà di un paese rurale che, quando nevica, resta isolato, di un terreno che non può essere irrigato perché non c’è acqua, di un apparato burocratico che richiede un impiego di tempo ingente sottratto al lavoro produttivo abituale, ma nonostante tutto continua a restare, a fare impresa, è francamente stanco di sentirsi chiamato “assassino” da chi, dalla comoda scrivania di una confortevole casa spara sentenze su un settore, senza fare il minimo sforzo di conoscere le motivazioni e le problematiche di chi ha di fronte.

  • Infine, è del tutto ipocrita aizzare queste pseudo-campagne di sensibilizzazione, quando i nostri supermercati sono inondati da agnelli di provenienza estera, venduti a prezzi risibili ai consumatori, prezzi che sono del tutto fuori mercato per qualsiasi allevatore nostrano. Perché nessuno si preoccupa di verificare come e a che condizioni questa carne ovina “svenduta” arriva dall’estero sulle nostre tavole? Ci troviamo così davanti al paradosso che … guai a mangiare l’agnello pasquale, ma se proprio dobbiamo mangiarlo… meglio che sia quello straniero in super offerta, perché in fondo la “tasca” bisogna sempre guardarsela!

Allora dietro questa ipocrisia ci sembra ci sia un po’ di strategia! Da un lato si invita a non mangiare l’agnello, facendone crollare il prezzo all’ingrosso, dall’altro il mercato finale è stracolmo di prodotto estero ad un costo talmente basso che non sembra neanche chiaro come faccia ad arrivare a questo prezzo se deve attraversare mezza Europa! L’allevatore di fronte al grossista si trova così letteralmente “costretto” a svendere i propri agnelli, perché purtroppo non può tenerli tutti nel gregge, con prezzi che, in alcuni casi, hanno toccato i 2,5 euro al Kg (peso vivo), che significa praticamente umiliare le persone e il loro lavoro!

In conclusione, come ben sintetizzato da alcuni pastori, al posto di fingere di voler salvare gli agnelli, impegniamoci seriamente a salvare i pastori e la pastorizia che, con il loro ruolo nelle aree interne, nelle nostre campagne e il loro modo di fare allevamento, a contatto con la natura, presidiano il territorio, fanno paesaggio, preservano le nostre culture rurali e la nostra biodiversità che la produzione industriale su larga scala sta sempre più mettendo a rischio. Se crediamo davvero che la “transumanza” e la pastorizia possano essere riconosciute come patrimonio dell’umanità (REPUBBLICA.IT), spendiamoci per far sì che questa cultura possa continuare ad esistere!

 

Comunicato Stampa Rete della Pastorizia Italiana

Roma 27 Marzo 2018

Nasce APPIA – Rete Italiana della Pastorizia Onlus

In Italia, la pastorizia non gode ad oggi di grande visibilità e considerazione, nonostante rappresenti un’attività fondamentale per l’economia e per il territorio. Per far fronte a queste problematiche, nasce APPIA – Rete Italiana della Pastorizia Onlus, che riunisce allevatori, professionisti del settore veterinario e agro-silvo-pastorale, ricercatori ed accademici.

Lo scorso 23 febbraio, presso la sede del Parco Regionale dell’Appia Antica a Roma, presso cui la Rete ha eletto la propria sede, i 20 soci sottoscrittori si sono riuniti per dare il via ufficiale alle attività della rete.
La Rete Appia si pone l’obiettivo di garantire la rappresentatività di un intero comparto a livello nazionale ed oltre, garantendo il contributo ed il supporto anche delle realtà locali i cui obiettivi siano convergenti sulla tutela dell’allevamento di tipo estensivo e transumante.
Durante l’Assemblea di Roma sono stati definiti i gruppi di lavoro composti dai soci stessi. I temi che verranno sviluppati coprono le maggiori sfide che la pastorizia sta affrontando: rapporto con le aree protette, convivenza con i predatori, valorizzazione delle filiere produttive, iniziative volte alla formazione ed all’innovazione, nonché miglioramento della visibilità tramite un’adeguata campagna di comunicazione. Verranno attivati collaborazioni e partenariati con organizzazioni di altri paesi, anche nell’ottica della condivisione di battaglie comuni, quali la riforma della Politica Agricola Comune. Alla Rete possono aderire tutte le cittadine e i cittadini, nonché le associazioni di pastori ed allevatori che intendono contribuire alla realizzazione degli scopi sociali e ad osservare lo Statuto.

 

 

Maggiori informazioni ed il modulo di adesione sono reperibili al sito www.retepastorizia.it
Verdiana Morandi – Presidente
Gavino Pulinas – vice Presidente
Antonello Franca – Rappresentante legale
Simona Messina- Segretariato presso sede del Parco Regionale dell’Appia Antica (Roma)

Per info e contatti: appia.pastori@gmail.com

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