A PASQUA (e non solo!)… SALVIAMO UN PASTORE!!!

Non appena arriva la Pasqua, ripartono inesorabili le campagne mediatiche contro lo “sterminio” degli agnelli, al grido di “Agnello a Pasqua? No, grazie!”. Certo gli agnellini sono “morbidosi”, fanno tenerezza! Per il politico di turno o il personaggio dello spettacolo, entrambi in cerca di visibilità a buon mercato, gli agnellini rappresentano un’opportunità troppo ghiotta per incrementare i propri consensi. Ed ecco che inizia una vera e propria rincorsa a dare per primi il supporto meramente “simbolico” a questa “giusta” causa, con dichiarazioni ufficiali, comunicati stampa, ma soprattutto Twitter e post su Facebook. Brevi frasi ad effetto per declamare la propria disapprovazione di fronte a questa “strage degli innocenti” e biasimare gli insensibili e crudeli allevatori, colpevoli di questo orrore. Mediaticamente la comunicazione funziona meglio (e incrementa l’audience di chi la fa) se corredata da un supporto visivo che appaia auto-esplicativo; ecco che siamo inondati di immagini platealmente retoriche, che ritraggono il personaggio di turno che abbraccia il tenero agnellino, o ancora un malcapitato animale in un bagno di sangue o in quel prato felice, in cui sarebbe dovuto invecchiare se il mondo non fosse crudele, per citare gli stilemi più ricorrenti. Ed ecco che dilagano i like, i commenti pro-vita e così via. Il popolo dei commentatori via cavo, sulla scia dell’urto emozionale provocato dall’immagine del tenero cucciolo, si sente necessariamente in dovere di cavalcare questa nuova battaglia virtuale e schierarsi “contro” l’agnello pasquale. Chi non lo fa è un carnefice e si deve beccare tutti gli insulti possibili e (in)immaginabili, auguri di morte e quant’altro, che i giustizieri del web, armati di tastiera infuocata, sanno alacremente riservare a chi differisce dal coro emotivo, con una furia verbale che raramente è utilizzata contro ingiustizie reali.

Questo il quadro più o meno pittoresco di strumentalizzazione dell’argomento. Veniamo ora al punto, ovvero alcune considerazioni logiche e domande aperte, scevre da facili trasporti emotivi.  Elenco, in ordine sparso, quelle che ci vengono in mente, dividendo le questioni in due grandi gruppi.

Un primo ordine di questioni riguarda la generale ipocrisia e idiozia che c’è dietro la campagna di boicottaggio della carne di agnello. In sintesi:

  • Non mangiamo l’agnello pasquale… ok. E quindi? Cosa succede? Poiché la maggioranza degli italiani resta comunque onnivora (a meno che non si sia convertita al credo vegetariano, o addirittura vegano, in una settimana), invitarli a non mangiare l’agnello a Pasqua, significa sostanzialmente dirottarli sul consumo di altre carni! Al posto dell’agnello… mettiamo in tavola una bella costoletta di maiale, la coscia di pollo o la braciola di bovino! Grande cambiamento, eh!
  • Sulla stessa scia: come mai a Pasqua o Natale ci ricordiamo che, per essere mangiati, gli agnelli vengono uccisi, mentre per il resto dell’anno, la stragrande maggioranza, non si ricorda che i cordon bleu, i wurstel, le braciole, le fettine, le lasagne, i tortelloni, i prosciutti e praticamente una buona parte del cibo che mangiamo è carne o contiene derivati della carne, che implica l’uccisione di animali? Forse la coerenza non è il nostro forte e questa presunta coscienza animalista è a intermittenza, vale solo una settimana l’anno! Tra l’altro, omettiamo allegramente di ricordarci che animali come polli, maiali, bovini, sono cresciuti, nella maggior parte dei casi, in allevamenti intensivi, orientati esclusivamente alla produzione a basso costo, spesso finiti al centro di numerose inchieste giornalistiche per la violazione delle norme di tutela e salvaguardia degli animali stessi (che regolano fortemente tutto il settore dell’allevamento).
  • Come mai appunto, nessun politico o personaggio “famoso” si schiera durante l’anno per maggiori controlli negli allevamenti intensivi, per vietare quelle forme estreme di sfruttamento degli animali che riguardano principalmente gli animali sottoposti ad allevamento stabulare, mentre investono in misura molto minore i piccoli ruminanti (ovini e caprini) che in Italia storicamente continuano ad essere allevati prevalentemente con sistemi estensivi o semi-estensivi (e quindi al pascolo). Perché mai non ci si scandalizza per la “carneficina” di maiali che serve per mantenere le nostre produzioni di salumi, per la mattanza dei poveri polli che finiscono in succulente barrette da friggere, o ancora per la vita infelice dei bovini “da ingrasso”, quando queste tipologie individuano la stragrande maggioranza delle carni consumate dagli italiani? Perché, al contrario, siamo subito pronti a puntare il dito sulla “strage” degli agnelli, nonostante il consumo di carne ovina in Italia resti minoritario, seppure abbia un lieve incremento nei periodi delle feste. Secondo dati ISMEA sul Panel Famiglie Nielsen relativo agli acquisti delle famiglie italiane, nel 2017 soltanto il 2% del mercato carni riguardava l’ovicaprino, mentre il 33% degli acquisti era per carni bovine, il 34% per carni avicole, 21% quelle suine (ISMEAMERCATI); o ancora, secondo una rielaborazione CIA su dati ISMEA, dei 74,7 Kg di carni consumate pro-capite in media l’anno dagli Italiani, solo un chilo è di provenienza ovina (CIA.IT)

In effetti i conti tornano: chiudete gli occhi, siete nel reparto carni di un supermercato (che esprime appunto ciò che i consumatori chiedono); da che tipo di carni siete circondati? Sicuramente non da pezzi di pecora e agnello! Allora, seppure dovessimo essere di fronte ad un problema, sicuramente la supposta “emergenza” non riguarda gli ovini! Ma allora, perché nessuno se la prende con i grandi gruppi che producono carni all’interno di un sistema industriale orientato alla produzione di massa, a bassa costo, che non soltanto rappresenta la “normalità” dell’allevamento, ma è anche la fetta di mercato che in Italia genera più introiti ed interessi economici? Perché invece sono tutti pronti ad attaccare i micro allevatori ovini che, all’interno del settore individuano la parte più povera e frammentata, quella che meno di tutti riesce a fare attività di lobbing o pressione politica?

  • In conclusione rispetto ai punti precedenti. Se qualcuno, attirato in buona fede da queste campagne assolutamente strumentalizzate e faziose, crede che “boicottare” per qualche giorno il consumo di carne di agnello abbia un qualche impatto sociale o ambientale, dobbiamo tristemente ridimensionarlo: non serve a niente. Dovrebbe rivolgere la sua foga a quei tipi di carne che sono davvero consumati quotidianamente e, spesso, in modo eccessivo. Ma purtroppo, proprio l’attenzione spasmodica ed esagerata sul problema degli agnelli, permette alle cosiddette coscienze ambientaliste della domenica di “assolvendosi” da tutto il resto: come dire, ho fatto la mia battaglia, ho condiviso su facebook il proclama “Nessuno tocchi l’agnello per Pasqua!”, mi posso godere in santa pace il panino con il salame!

Passiamo adesso al secondo ordine di questioni che vanno oltre l’agnello ed investono allevamento ovino per interno, il lavoro del pastore e la gestione del gregge, sulle quali vi è una scarsa informazione.

  • Come già anticipato, l’allevamento ovino in Italia non è tradizionalmente da stalla, si basa ancora molto sul pascolo e in alcune zone si può ancora parlare di transumanza. Si tratta di un settore scarsamente tecnologico, in cui il lavoro manuale è molto impegnativo e non prevede soste: 365 giorni all’anno gli animali vanno portati al pascolo, nutriti, accuditi, per molti mesi l’anno vanno munti, sempre agli stessi orari, al mattino presto e alla sera. Questo lavoro richiede davvero una vita di sacrifici che, per chi non è un pastore, sono difficili da comprendere, ancor più se paragonati ai bassi ricavi. Per questo oggi l’allevatore ovino non è tra i mestieri più in voga! I pastori in Italia non sono tantissimi, ma la consistenza ovina è abbastanza concentrata territorialmente: secondo dati ISTAT nel 2016 il 50% degli ovini era localizzato in Sardegna, la restante parte prevalentemente tra Lazio, Sicilia, Toscana e Calabria. La produzione è per lo più orientata al latte, che serve per la produzione di formaggi. All’interno di un gregge che, ad esempio, ha in media 200 capi, è per ovvi motivi “sostenibile” avere soltanto un certo numero di ovini di sesso maschile. Questo fa parte del ciclo riproduttivo naturale e del mantenimento degli equilibri ambientali, basti solo considerare che le risorse di pascolo sono limitate. Per quanto può apparire crudele, non è sostenibile allevare tutti i maschi. Bisogna poi considerare che le pecore partoriscono una volta l’anno, che non tutte le pecore di un gregge partoriscono, che non tutti i nati sono maschi, che dalle nascite di ogni anno si mette da parte il gruppo per la rimonta (ovvero nuove pecore per rinvigorire il gregge). Insomma, ripetiamo, siamo ben lontani dagli scenari di “strage degli innocenti” che si vogliono dipingere.

Al contrario larga parte degli allevatori ovini, molto più che negli altri settori maggiormente industrializzati, continua a perpetuare un sistema di allevamento basato su tecniche di gestione del gregge tradizionali che di fatto è più rispettoso della biodiversità (perché si basa sull’allevamento di specie autoctone che si adattano all’ambiente in cui vivono), più ecologico ed ecocompatibile (perché sfrutta le risorse naturali disponibili, come il pascolo, non produce quell’eccesso di nitrati e di uso d’acqua, tipico degli allevamenti intensivi), aiuta a preservare e produrre il paesaggio, attraverso un vero e proprio ruolo ecologico del pastore che, ad esempio, si occupa della pulitura del sottobosco, del ripristino delle strade rurale e così via.

  • Inoltre, la vendita degli agnelli, che avviene soltanto una o due volte l’anno, è per il pastore un modo per riuscire a guadagnare qualche soldo che, dati i ridotti margini di profitto del settore e i ritardi nei pagamenti comunitari, non viene messo da parte, ma è sempre reinvestito in azienda perché, appunto, il gregge va mantenuto, le pecore devono essere sfamate (ed il solo pascolo naturale non sempre è sufficiente), i terreni coltivati per fare erbai, foraggio, cereali da utilizzare come mangimi. Si consideri che le pecore mangiano tutto l’anno, ma la campagna di produzione del latte comincia generalmente verso novembre e termina introno a luglio; nei mesi restanti, l’allevatore continua a sostenere spese senza avere, di contro, occasione di ricavi. In più, negli ultimi anni, il prezzo del latte ovino, che ormai è una commodity sul mercato globale, è stato in Italia instabile e comunque tendente al ribasso: ad esempio l’anno scorso, il prezzo del latte che i trasformatori industriali pagavano agli allevatori, si attestava in Sardegna attorno ai 60 centesimi per litro di latte, un prezzo che non consentiva neanche il rientro dei costi di produzione, soprattutto considerata l’annata di siccità che ha costretto a ricorrere a scorte acquistate, in quanto vi è stata carenza di erba.

Fare queste campagne denigratorie contro questo mondo produttivo, ha solo come effetto un repentino calo del prezzo degli agnelli all’ingrosso, significa colpire direttamente i pastori, affamarli ulteriormente, facendo diminuire drasticamente una delle poche entrate che permette loro di continuare a resistere, a rimanere e abitare in quelle campagne e in quei territori interni che vengono considerati la ricchezza dell’Italia, ma da cui la maggioranza degli italiani continua ad andare via,  nonostante la decantata retorica neo-ruralista e romantica del ritorno alla campagna dei giovani (molto limitato nei fatti). Chi vive ogni giorno nelle difficoltà di un paese rurale che, quando nevica, resta isolato, di un terreno che non può essere irrigato perché non c’è acqua, di un apparato burocratico che richiede un impiego di tempo ingente sottratto al lavoro produttivo abituale, ma nonostante tutto continua a restare, a fare impresa, è francamente stanco di sentirsi chiamato “assassino” da chi, dalla comoda scrivania di una confortevole casa spara sentenze su un settore, senza fare il minimo sforzo di conoscere le motivazioni e le problematiche di chi ha di fronte.

  • Infine, è del tutto ipocrita aizzare queste pseudo-campagne di sensibilizzazione, quando i nostri supermercati sono inondati da agnelli di provenienza estera, venduti a prezzi risibili ai consumatori, prezzi che sono del tutto fuori mercato per qualsiasi allevatore nostrano. Perché nessuno si preoccupa di verificare come e a che condizioni questa carne ovina “svenduta” arriva dall’estero sulle nostre tavole? Ci troviamo così davanti al paradosso che … guai a mangiare l’agnello pasquale, ma se proprio dobbiamo mangiarlo… meglio che sia quello straniero in super offerta, perché in fondo la “tasca” bisogna sempre guardarsela!

Allora dietro questa ipocrisia ci sembra ci sia un po’ di strategia! Da un lato si invita a non mangiare l’agnello, facendone crollare il prezzo all’ingrosso, dall’altro il mercato finale è stracolmo di prodotto estero ad un costo talmente basso che non sembra neanche chiaro come faccia ad arrivare a questo prezzo se deve attraversare mezza Europa! L’allevatore di fronte al grossista si trova così letteralmente “costretto” a svendere i propri agnelli, perché purtroppo non può tenerli tutti nel gregge, con prezzi che, in alcuni casi, hanno toccato i 2,5 euro al Kg (peso vivo), che significa praticamente umiliare le persone e il loro lavoro!

In conclusione, come ben sintetizzato da alcuni pastori, al posto di fingere di voler salvare gli agnelli, impegniamoci seriamente a salvare i pastori e la pastorizia che, con il loro ruolo nelle aree interne, nelle nostre campagne e il loro modo di fare allevamento, a contatto con la natura, presidiano il territorio, fanno paesaggio, preservano le nostre culture rurali e la nostra biodiversità che la produzione industriale su larga scala sta sempre più mettendo a rischio. Se crediamo davvero che la “transumanza” e la pastorizia possano essere riconosciute come patrimonio dell’umanità (REPUBBLICA.IT), spendiamoci per far sì che questa cultura possa continuare ad esistere!

 

Un commento su “A PASQUA (e non solo!)… SALVIAMO UN PASTORE!!!”

  1. Bellissimo ed interessante articolo. Molto chiaro nella sua esposizione.
    Condivido pienamente e mi permetto di aggiungere una ulteriore considerazione.
    Sarebbe opportuno il dialogo tra le due parti, ma come e sulla base di quali elementi? Purtroppo coloro che si schierano in favore della causa animalista, a Pasqua e nel resto dell’anno, non sono minimamente interessati a conoscere e comprendere i meccanismi che stanno alla base di un sistema di produzione, semplicemente perchè intendono minare alla base lo stesso sistema affermando la sua “inutilità”. Per coloro che hanno fatto una scelta di consumo di tipo vegano è tutto sullo stesso piano: sistema produttivo intensivo/sistema produttivo estensivo. È l’atto di allevare una qualsiasi specie animale che deve essere eliminato, se finalizzato all’utilizzo dei suoi prodotti (carne, latte, uova, miele, pelle, bello ecc.). L’animale può essere allevato solo a puro scopo edonistico. Tenendo in considerazione questo aspetto, su quali elementi oggettivi potremo mai instaurare un civile e proficuo dialogo? Proviamoci, a cominciare dal contributo che un sistema estensivo offre alla società ad esempio in termini di tutela della biodiversità vegetale, animale, microbica e dell’impatto estremamente positivo che ciò rappresenta sulla salute del pianeta quindi dell’uomo; in termini di custodia e gestione del paesaggio ecc.
    Occorrerebbe immaginare un mondo nuovo, senza rapporto di produzione e di consumo tra uomo ed animale. Dopo centinaia di migliaia di anni l’uomo dovrebbe ripensarsi, non più allevatore ne cacciatore; campagne e montagne come nuovo habitat per specie animali odierne che non hanno mai conosciuto la vita selvatica e che dovranno mutare geneticamente per far fronte all’assenza dell’uomo (idem per le specie vegetali che in un modo o nell’altro hanno beneficiato anche in maniera diretta dell’opera dll’uomo). Un mutamento auspicato da alcuni e tragico per i più. Scomparirebbero mestieri, saperi e competenze (legate al ciclo di produzione, trasformazione e consumo). Paradossalmente avremmo bisogno di un maggior ricorso alla chimica di sintesi (senza lo sterco degli animali ad esempio), delle macchine (senza la forza degli animali, che in alcuni casi è ancora fondamentale), della farmaceutica (per integratori e quant’altro). Quale equilibrio potrebbe ritenersi naturalmente, culturalmente ed economicamente sostienile se tutti quanti noi cominciassimo da domani a consumare soia, chinoa ed altre specie alloctone che nulla hanno a che fare con il nostro clima ed ambiente? Tutto questo andrebbe a vantaggio di chi e di cosa? Questo sarebbe un mondo più equo?

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